Salda rimane una cosa: sia mezzogiorno, o si vada

verso la mezzanotte, sempre sussiste una misura a

tutti comune;

tuttavia a ognuno viene assegnato qualcosa di proprio;

ognuno procede e giunge fin dove può.


Commenti



3 Commenti

  1.    rubinrivca on 26 Novembre 2014 01:33

    La poesia pensante, che contribuisce a partorire il pensare poetante, è la risposta immediata agli interrogativi. Hölderlin, per Heidegger, ha tracciato giusto questa strada. Lo stesso Hölderlin deve esserne, in buona misura, consapevole, se il 2 dicembre scrive a Boehlendorf: “La luce filosofica attorno alla mia finestra è ora la mia gioia; che io possa sempre ricordare come sono giunto fin qui”. La regione del pensare poetante è “rivelazione dell’essere”; il pensiero poetante assegna al poeta tale rivelazione, la quale rientra nella “struttura dell’essere stesso”; l’assegnazione avviene proprio “in base” a tale struttura.

  2.    rubinrivca on 26 Novembre 2014 01:35

    Nell’epoca della tecnica, gli Dei non possono trovare soggiorno. Solo i mortali della svolta possono ora trovare una dimora per gli Dei: una dimora che solo dal fondo dell’abisso è possibile riedificare. Per Heidegger, la svolta “potrà avere luogo solo se il mondo si capovolge da capo a fondo, cioè se si capovolge a partire dall’abisso. Nell’epoca della notte del mondo, l’abisso deve essere riconosciuto e subìto fino in fondo. Ma perché ciò abbia luogo occorre che vi siano coloro che arrivano all’abisso”. La notte del mondo, l’abisso: qui gli Dei perdono il destino degli umani. Proprio nella perdita divina della destinalità sta la possibilità per gli umani di raggiungere la loro propria “essenza”: essi, a differenza degli Dei, possono più presto giungere fino al fondo dell’abisso.

    Nondimeno: “Esser poeta nel tempo della povertà significa: cantando, ispirarsi alla taccia degli Dei fuggiti. Ecco perché nel tempo della notte del mondo il poeta canta il Sacro. Ecco perché, nel linguaggio di Hölderlin, la notte del mondo è la notte sacra”.

  3.    rubinrivca on 26 Novembre 2014 01:40

    l’uomo di Rilke, diversamente dall’uomo di Hölderlin, non sa subito dell’abisso e della svolta che è possibile afferrare, inseguendo le tracce degli Dei. Il poeta Rilke è differente dal poeta Hölderlin: pur cantando entrambi il Sacro, diverso è il loro canto.

    Il canto di Rilke, a differenza di quello di Hölderlin, sta nel mistero, negli enigmi i cui rompicapi restano insolubili per i mortali. Il poeta, in Rilke, non vuole rimanere preda del mistero; oppure scioglierlo. Si nega, perciò, all’essenza del suo esser-mortale e non scava nell’abisso. La svolta sta qui nell’ancorare il verso al mistero: il Canto canta il mistero. Ne parla ancora, proprio perché non sa e non vuole risolverlo. Non si lascia, quindi, attanagliare dalla sua morsa e lo fa volteggiare etereamente. Nei volteggi del Canto, il Sacro si conserva e una scintilla ancora rimane nella povertà del tempo della povertà.

    Il Canto è questa scintilla. E il poeta ne è il padrone e il custode; ma anche il servitore più fedele. Egli canta per i mortali che non imparano ad amare. Perciò, canta l’amore e il suo apprendimento difficile; la sua esistenza impossibile che è anche la possibilità più alta che a sorte umana possa toccare.

    Il Sacro, ma, ancora di più, il Canto che lo conserva, è tutto ciò che ancora resta dell’amore. Il Canto non è solo la scintilla che conserva; ma bocca attraverso cui l’amore ancora parla; feritoia attraverso cui l’amore ancora si mostra; occhio attraverso cui l’amore ancora guarda. Se il Canto canta il mistero, è soprattutto il mistero dell’amore che canta.

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