Karalis – Galera degli Angeli

27 Ottobre 2014 | | Commenti disabilitati

Karalis, sotto le bocche di lupo a precipizio del tropico del cancro .- Dal castello alla marina fantasmi di vapori salsi urlo al cielo brulicante approdo dei venti incerto .- Galèra fenicia degli angeli ruvido nero profumo di spezia al mare bianco dei datteri immaturi .- Il tram della paura africa e Tùnisi delizia ruggine salmastra di caffè deserto violenza a pugni in pancia porto di pecore grano anfratto neolitico pecus di un dio romano centro del mondo menhir fatto miliario effige di nuraghe città franca corsara che munge i suoi figli tramortiti sulla scogliera dalla sella al mare del diavolo, esausti di rapina dai tempi di ampsicòra cornus pax romana troia di bisanzio piccola roma letto delle janas verghe di leccio .- petto turgido oblìo affumicato d’urina nettare cadaverina.- Riposava nella tomba dei giganti dentro il nuraghe tiu Portolu vestito .- Al buio per sempre.
Magìa spiritismo amanti necrofile nuragiche scampate all’inquisizione. Agivano arti segrete pei lontani trapassati al fuoco di una vecchia spelonca misteriosa dove era nascosto un tesoro, sudarii di antichi avi in agonia.- Arancie secche affumicate belle cariche di piacere..- Il pube aperto come una criniera di puledro nerissimo ed umido i capezzoli duri.- Le volte la turrita marina volava rapida, schiere di rondini angeli di dolcissime ebbrezze profumi di capperi maturi sbocciati sui tetti di mater sardinia a precipizio da Pancrazio alla marina tutto blu e neon fuggiva oppium tiu Portolu sulla pietra di Archenner .- Oblio bocca di latte e miele dove sdoppiava il crudo sasso leccato sangue di stelle drogato di mille coppe di vino rubino moscato stupro vergogna sverginata lontana.- Lontana spina di mirra tra rose pietrificate un deserto verde d’argilla aspra terrigna vulcanica scistosa magmatica arsa dal sole ai confini del nulla regione dei morti una bara di janas al venerdì santo della necrofilia adepta di cadaveri .-Soffitte di frasche canne e tegole marcie nella necropoli nera sortilegi malefici li custodivano mummificati gli eroi e i loro corpi insieme agli evi di polvere e cenere.- Donne locuste rara dai bastioni spagnoli a santa Croce.- il mare baluginava dentro i lastricati umidi del pisciame acre e continuo tra volte botte – Pareti rigonfie di sale e caolino. Lungo il buio fitto dei pianerottoli unti su per le scale strette di pietra nera era ancora l’alba d’inverno il suo sudore d’infarto al cielo .- Karalis, quasi Sardegna fanatica bigotta latrina .- Infame lupanare del porto : tu che uccidi i tuoi figli di Arcuentu, che svuoti le tasche dei pescatori negli orii della regina di legno città divisa che non chiedi niente mercenaria naufràga .- Tu che filtri il moscerino lo rivolti sconvolta d’eroina di sesso latrina dormitorii ai confini del mare delle saline, oasi di puttane di imperiale bellezza, rugiade a vetro e limone. Gerusalemme immersa nel fiordo .- Palme macchia mar Sardo divisa al confine del cielo divelta al centro del cuore dove Agostino dormiva del giusto Tagaste; cammella di turgide poppe, zefìra di pelle bruna speziata.- Gazzella fenicia, puttana sui muri schiava della darsena mesciato al piscio degli ubriachi al vomito dei cani ingoiavi capperi amari cresciuti lì sui muri in piedi tra i bastioni di Canelles la festa era capanne lanterne di birra e di vino c’era maiale .- un mare ostile Savoia era il male.
Archennor:“ io sono il figlio del nuraghe .- Pronipote del gigante Portholu.- Il capostipite di Fulcadu il superapostolo di Cristo, Bartholomeo.- L’ultimo dei nuragici primo sacerdote guerriero della nuova alleanza” .- Taceva sordo alla brina, il valico bianco, un brivido freddo sospeso tra i suoi pensieri megalitici regione dei morti di muschi licheni più su nei boschi millenari di querce – “Io lo so che ne tremo di questo passo ritorno nel lontano trasudato dentro il midollo di dense energie .- che mi cambiano continuamente il confine di due tempi in infinito fatto invisibile. assolutamente sciolto, frantumato come un principe di mille anni prima .- Ora pane e vino nel celeste ora ardente ad Oriente”. – questi di paura invaso di una colpa nuova improvvisa e così antica che soffoca la vita al largo del mare mentre alcuni conficcavano spade al Maestrale desinare d’autunno al buio della spelonca viola sarcofàgo nel letto bruciato nell’aria densa della pioggia fredda di novembre.- Baluginava il ghigno beffardo del tempo, capannelli di piccoli delinquenti fatti di vino zolfato spiavano frustrati le civette dei carabinieri sprofondate nere di fango terrificante.-
Il settimo anno del settimo sigillo nel mese di Nisan transitava l’Aquila bianca nel suo cielo e la terra conobbe quaranta giorni di pioggia da Parascève alle Capanne . la mitra del cristo pazzo di Lublìno aveva i segni di un tempo e la metà del tempo, i colori di tutti i popoli visitava lo spazio dei cuori e il cosmo era in silenzio.- Prima di tornare il pescatore gettò ancora una volta le reti nell’abisso il sole si oscurò si sollevò la tempesta tropicale l’oceano restituì un vuoto guscio di conchiglia e una testa di moro fardello d’orso, drappeggio di Frisinga. .- Al suono dell’angelo sterminatore la settima tromba sconvolse il cielo un terremoto attraversò Albione e il mare inghiottì le città di Satana.—

Il giorno che il vascello era vacante, una forza divina era entrata in lui, era il pescatore e visitava il suo regno, un papa giovane con i colori dei popoli.- Efrata dell’aquila, sperduta tra i monti del Logudoro un sole caldo di giustizia un sole d’oro gli feriva il cuore pazzo in pectore pescatore di tutte le genti di tutti anawim .- Il plutonio glie lo aveva regalato suo zio materno quello borbonico di Utrecht che aveva fatto erigere l’ala destra de Santa Rughe effigiandola con la scultura dell’aquila a due teste che di due in due non faceva mai intero, fino alle ossa evaporate dei morti crescevano le melanzane al cobalto blu come gigli lividi e turgidi nell’orto, coltivava boschi di papaveri pomodori giganti come angurie e miriadi di esseri che dal letto di procuste salivano cambiando aspetto e forma. Era una reazione a catena, tutto mutava il mondo attorno era un altro avevano tutti bisogno di un padrone e i padri erano sempre stati simoniaci era un paese strano.-libertà di farsi un po’ più piccoli per essere fratelli ed era democrazia, pazzo! pazzo!” – pazzo davvero.- Era stato in manicomio criminale dove la prassi psichiatrica era detta in tedesco e con il vocabolario in mano passeggiando non capiva questa cattività democratica perché mai tutti non stavano fermi e così lui senza mai fermarsi.- Furiosi patetici prendevano a pugni le betulle del parco e gridavano un mare caotico e il bosone di highs che era dio, lo cercavano nelle fogne in accelerazione di Ginevra.- Archennor era un paese devastato e maledetto da secoli di violenza bruta e barbara era la vita rimasta a vegetare come una spina acerba in un deserto arido e polveroso canicolare d’estate ghiacciato arso d’inverno, una mirra amara dove gli uomini vomitavano fiele e le donne brune e chiare di straordinaria bellezza dagli occhi di berillio e alessandrite erano morse da una voglia irrefrenabile di sesso che solo la cattolicità imposta fin dalla nascita appena rivelava entro i corpi indiavolati che pungevano e stordivano i poveri vaganti forestieri ancora lucidi e poco avvezzi alla magìa delle janas i quali lasciavano mogli e fidanzate per venire ad Archenur dai campidani e dalla montagna per vendere torroni e limoni per un coito micidiale a s’abbardente o una fellatio a denti stretti in piedi dietro la porta insanguinata sgrondata di sperma: “ il mio inferno colorato e ricco di frutti di libertà senza colpa e pieno di peccati al vostro paradiso biancastro che attende il condono prezzolato di tutte le voglie soffocate in prigione a tette nude sul balcone vergini d’imene troie ghiottone del principe che vi sputa in bocca giorni e anni assoluzione indulgentia temptatione calma e fior di banana”. Le fiere paladine delle mutande di pizzo nero e delle giarrettiere spagnole, delle madonne di legno e gesso mummificate in processione di cingoli bianchi annodati a tre per ogni peccato pensato e mai fatto per ogni piacere rubato intensamente agognato voluto pregato contro la loro volontà di puttane cattoliche osservanti, i prepuzii dei santi le vergogne pelose il corpo nudo trafitto dei martiri e voluttà leccava aspergeva succhiava il sangue beveva custodiva organi miracolosamente vivi e pulsanti come lingue e nasi o il sacro cuore di gesso dove stordirsi di nebbie di paradisi di panna montata bianca assolutamente neutrali cioè angeli di legno e calcina ignavi e freddi tutto tremava sotto il fragile assito delle fogne su cui poggiavano le case trasudate di melma fangosa e verdi d’argilla. La montagna piegava cangiava forma filava con il tempo ed il vento come un formaggio cotto un Cacau che sfiatava ogni inverno la rena di Archennero. era il paese più sfigato mille abitanti beffati dalla storia che qui non era mai passata anzi stava per arrivare e i sindaci erano cento come cento fighe nelle pieghe riposte della mater grassona del no non è possibile sino ad ordine contro ad obbedentiam caliginem mentis.- Un circo un bestiario un luogo cotto di tegola sulfurea una muffa di terra semimalarica una marea di teste di cazzo impotenti maledicenti scurrili impostori ladri sequestratori calunniatori imbroglioni traditori avanzi di galera nel paese murato al confino era un reparto a cielo aperto di gerontopsichiatria criminale.- Ma c’era pur qualcuno anormale che ancora beveva acqua alla sorgente e camminava scalzo per le strade senza farsi male. i morti seduti alle sedie mostravano gambette esili e rosa grasse con peli bianchi gialli come lo zampone dei maiali cresciuti all’ingrasso che topavano a carte a bere vino zolfato acido e crudo.- IL Don Quichote era passato un pomeriggio di Ottobre tra i farm wind – wind farm e pensava a Dylan alla libertà della green generation over fifty che grattavano il formaggio dei pastori a 130 metri sulla Campeda.- Tutto era fermo ed il vento non soffiava ancora pecunia.- Una signorina di mezza, età precisa come una svizzera e ricca come una vacca del Ticino la signora o Knoffer la nuova donna Piercy della Campeda.- Già sognavano un nuovo West fatto di camperos dove il bosco era già carta straccia su cui arrostire i pittocos delle villas al mare.- IL progetto lo riportava dall’olocene con tanto di spiagge e fiordi alle derive dei porti insufflato dal maestrale. – nascere morire lei lo sapeva come lui solo se la nascondevano un poco la sorte e allevare figli era non capire di essere genitori per forza senza velleità di primogenitura o eredità di lignaggio che l’elica alfa girava ora bene ora male non c’era merito alcuno a fare figli ne a copulare se non la voglia da appassire e spegnere invano come brace all’aria.- La gatta nel soffitto ad ogni quarto di luna me li riportava ad uno ad uno i piccoli per controllare che tutto andava bene e li curavo dalla malattia delle cataratte eredità ad elica della sua progenie dei pescatori di Bosa, no non c’era merito ma dovere cieco assoluto di allattare a grosse mammelle piene di latte i cinque di Luglio ed i quattro di Marzo così nascere e morire era la sorte potenza impotente dentro l’orco del sesso nell’antro delle janas ipocrite e senza dio fameliche e annoiate per tanta abbondanza di maschio, bozzolo criso per i suoi figli di Orgosòlo o con la testa mozzata s’aggiravano nelle paludi fetide di Terquillo cercando sa mama e su frittu, la mater dolorosa, l’amantide mamma del freddo.Erano passati mila anni e il tempo non era stato vano che esso fosse l’antro dove si fondevano i bronzi ma le pietre dure avevano sembianza di cavalli alati ed elefanti della malesia verdi topazi e alessandriti diamantine rosse al crepuscolo della mittel europa troppo middle o piccola città bastardo posto fatte di soffitte e spelonche dove orfano lo fui alla nascita seconda di lingua apoplettica sintassi sincopata soffocata grammatica rap sound tip tap tekno devastante sotto il cielo incolore sempre inverno acerbo amore inconsistente reggae fonetico dutsch.- Avevo partorito mia figlia nella neve rara a Nord di Norimberga sotto una bufera di neve, dove tutti ce l’hanno duro alla cocaina e dentro solo di merda.- Dipingeva lei la madre forse cantava artista ma a Rosa Luxembourg Platz le molotov bruciavano solo se stesse e qualche vecchio rottame della ddr, assistiti statali bolscevichi anarchici produttori di prole figli dei fiori nostalgici delle fumate e delle ammucchiate capitalisti di pancia fatti d’hamburg dove il mare è giallo come l’olio fritto due volte baltico radioattivo glaciale.- Ad Archennor intanto l’ecumenismo a cui s’erano prodigati e poi il charme e l’aspetto, “che rospo infame e brutto il nuovo prete per carità non ha visto nemmeno il concilio vaticano secondo!!”ohi ohimè, belavano teste rasate gambe rasate di donne non più giovani profumate truccate di blu e nero con labbra aperte a gambe incrociate coi fianchi nudi pelosi biondicci aspettavano il sabato ogni domenica del lunedì santo e poi ancora siringhe e alcool e noia e morale dall’orologiaio ho giurato e non mi pento non entreranno nel luogo del mio riposo una generazione irride l’altra- medioevale ero, lama fui


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