Pensavo alle tre tende di una più grande bianca

23 Ottobre 2014 | | Commenti disabilitati

Pensavo alle tre tende di una più grande bianca. Pensavo che Martin fosse pescatore non solo un buon sarto a cavallo per fare di uno due e di due un solo mantello- .Tu spezzi il pane ogni giorno e dividi i pesci con noi ma noi non sappiamo neppure ringraziare. Misericordia io voglio non sacrifici. Certo, se t’incensi lo fai ancora come un tempo digiuna, ai piedi dei nuraghi Esisto da sempre tra la trachite e il tasso nel mio micro-clima di mare e cielo di azzurro e neve, coperto di lana grezza di licheni a piedi nudi sui muschi verdi cammino, senza ferire il cielo a volte solo me stesso.Ho camminato sette volte la terra sette i naufragi sette le stelle sette le mie età dell’oro sette i nuraghi sacri–Lungo la via del serpente gli ho tagliato la strada ho trangugiato sette anni il veleno l’ho morso e sputato-La mia religione non lega gli amanti ma gli inanella liberi nella creazione dei figli del cielo e della terra-Ho colto le poesie come i fiori d’Aprile esse abitano all’ombra della terra come manna filata nel cielo-I pastori non hanno più gregge ne greggi pastori – solo mungitrici elettriche e mangimi bio-intensivi- Quando gli animali puzzavano vivevano felici e anche gli uomini puzzavano vicino agli animali felici-Sono sette settimane che dormo tutto il giorno e la politica del materasso val bene la pallottola e se ho dormito per non morire non ho costruito castelli di carta in cieli di schizofrenie ma anfore di acqua viva. Siamo molti se guardiamo chi siamo, noi siamo io e quattro fratelli gatti pelosi. La letteratura senza gancio né spada è un fiore di loto dai mille petali- shalom. Sulle cime di queste montagne – Marghine Goceàno – il sacerdote vestito di lana verde di muschi e licheni che lo rivestono tutto, accoglie i compagni della montagna rivestiti di grossi campanacci con i quali stanno sempre e la notte entrano dentro una campana per dormire e per captare i suoni del Dio dei boschi. Il sacerdote di lana grezza di licheni evoca la neve: subito tutto è bianchissimo e ricoperto di un velo sottile su sù fino alle spelonche più in alto e nascoste, negli anfratti e nei cunicoli, nelle fenditure delle rocce, nelle querce e negli aceri appena piantati.
Al passo dei monti nella parte più interna dell’ antica isola Sard da millenni il giorno della PurissimaA metà d’agosto i vecchi a gruppi di tre mostrano ai più giovani le antunnas sacre, nate lì sotto la pezza rigonfie e immarcescenti, turgide con le teste marron piccole querce in miniatura – nel nuristene è un via vai di cure antiche con le erbe, suffumigi contro i demoni del tempo ed altro. La verità è che la vita è un sentiero e tutti i sentieri sono sentieri difficili, irti di bugìe – non è men vero che tutti i sentieri mentono- che la verità è un circolo, forse voleva dirci il nolanense protestante, che il diritto si volge in circolo a sua perfezione.
Né oro né denari, sandali e calzari né bisaccia né mantello né bastone- io vi ristorerò.
Libero è chi si libera- ma libero è Colui che libera- la libertà vi farà liberi e conoscerete Dio. Tutto il giorno scherniti, umiliati, feriti, messi da parte, giudicati-portati al macello. Non così non così gli empi ma tutto rendono al mondo con il loro orgoglio ed i suoi ori poiché sono del mondo e il mondo passa con il suo orgoglio e i suoi ori. Viaggiavo in asse magnetico alla ricerca Schichsall, Oriente – Sud-W – North-E., a Norimberga cenere e nebbia, le cinque della mattina, la stessa forse di sessant’anni prima – tu impalato bianco-grigio ai cavi d’acciaio sospesi in aria-. Vedevo tra il ferro rugginoso e l’eternite qualche casa colorata, di tanto in tanto, un alcova, con una fioca luce ancora accesa. Non un uccello in volo né alcun segno di vita- sembrava una regione desolata di catrame petrolio – forse l’inferno. L’acqua porta acqua, quella volta spaventai i turisti e si allagò il campeggio tanto ne fece. Era mattina e disegnavo cerchi e spirali di fronte al mare a piedi nudi sulla sabbia – evocavo la forza delle onde in sardo antico pronunciavo formule, con un bastone richiamavo le nuvole, la condensa del temporale per purificare l’aria malsana di rumore e umori estranei alla natura del luogo. Verso mezzogiorno si coprì il cielo di nubi cumuliformi grandi grandi come cavolfiori nel cielo, cominciò a piovere a dirotto e lo fece per sei ore – non mi ero reso conto che ero l’attore necessario di un fatto necessario e contingente come un semplice temporale..


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