Set
2
libera mente D A D A libera.. mente
2 Settembre 2011 | Tagged bonorva, indipendentsardinia, liberaMente, rebeccu, rubinrivca, rwildernessardinia | Lascia un commento
libera . . mente Bonorva libera.. mente..Liberiamo le tombe megalitiche
caligine mentiis istitutionis . . sepolte dal cemento sepolte dallo squallore
libera .. mente,
liberiamo i vasti spazi della intelligenza

Set
2
libera mente
2 Settembre 2011 | | Lascia un commento
sepolte dal cemento sepolte dallo squallore
libera .. mente,
liberiamo i vasti spazi della intelligenza
Lug
22
sacrificium
22 Luglio 2011 | | Lascia un commento
Ago
prima neve
aghi di molti pende
bianco azzurro
terra nera cela
dove tempo
d’ aghi dipende
pane et vino
nero chievo predato
scorticato topo
mensa pane digende
calice divino prelato
mente.
Andrea Sanna
Rebeccu lì 20-12-2009

Lug
20
chè tolta l’ultima catena
20 Luglio 2011 | Tagged andrea sanna, bonorva, perchè i poeti, poesie, sardinya | Lascia un commento
chè tolta l’ultima catena
duro ferro di pena, verità
chè cenere alla terra nera
povera si volta sì bruciata
nuda legna chiodàta,
turchìna patria quasi povera bella
così ramìnga, mendìca scalza
di un tallone si avanza né trade l’anca,
si certa così avvezza
a così feròce bellezza
cerca corpi di prigione
entro un cuore di silenzio
assolo verbo di mistero
sua perfezione.
Andrea Sanna
Lug
13
sirio
13 Luglio 2011 | | Lascia un commento

in
questi tempi ultimi
dove
i primi svaporano
insieme
agli altri liquefatti
in
questi giorni di dolore distratti
piove
l’arsura di fuoco e sangue
cade
a terra il bianco abbagliante
che
di polvere fa il fieno vetrato
la
canicola se la ride dei suoi cani allo spiedo
solo
sirio più cinica indifferente ci guarda dal suo astrale
non
vi rimane che abbaiare ciechi alla luna
buttarvi
a mare in un bagno di sale
o in
un bagno di sudore aspettare
che
i cani smettano di mordere
per
seguire il loro corso gioiosi intorno al sole.
Giu
21
frammenti dall’Olocène
21 Giugno 2011 | | Lascia un commento
volte la turrita marina volava rapida schiere di rondini angeli di dolcissime ebbrezze profumi di capperi maturi aperti sui tetti di mater sardinia a precipizio da pancrazio alla marina tutto blu e neon fuggiva oppium tiu portolu sulla pietra di archenner oblio bocca di latte e miele dove sdoppiava il crudo sasso leccato sangue di stelle drogato di mille coppe di vino rubino moscato stupro vergogna sverginata lontana spina di mirra tra rose pietrificate un deserto verde d’argilla aspra terrigna vulcanica scistosa magmatica arsa dal sole ai confini del nulla regione dei morti una bara di janas al venerdì santo della necrofilia adepta di cadaveri sortilegi malefici soffitte di frasche canne e tegole marcie nella necropoli nera custodivano gli eroi mummificati i loro corpi insieme agli evi di polvere e cenere di donne locuste rara dai bastioni spagnoli a santa croce il mare baluginava dentro i lastricati umidi del pisciame acre e continuo tra volte botte e pareti rigonfie di sale e caolino. lungo il buio fitto dei pianerottoli unti su per le scale strette di pietra nera era ancora l’alba d’inverno al cielo il suo sudore d’infarto quasi sardegna fanatica e bigotta latrina infame lupanare del porto tu che uccidi i tuoi figli di arcuentu, che svuoti le tasche dei pescatori negli ori della regina di legno città divisa che non chiedi niente mercenaria naufràga filtri il moscerino lo rivolti sconvolta d’eroina di sesso latrina dormitori ai confini del mare delle saline oasi di puttane di imperiale bellezza rugiade a vetro e limone. gerusalemme immersa palme macchia mar sardo divisa al confine del cielo divelta al centro del cuore dove agostino dormiva del giusto sagaste; cammella di turgide poppe zefìra di pelle bruna e speziata gazzella fenicia puttana sui muri schiava della darsena mesciato al piscio degli ubriachi al vomito dei cani ingoiavano capperi amari cresciuti lì sui muri in piedi tra i bastioni di canelles la festa era capanne lanterne di birra e di vino c’era maiale un mare ostile savoia era il male. archenner, “ io sono il figlio del nuraghe pronipote del gigante portholu, il capostipite di fulcadu il superapostolo di cristo bartholomeo, ultimo dei nuragici primo sacerdote guerriero della nuova alleanza” taceva sordo alla brina il valico bianco un brivido freddo sospeso tra i suoi pensieri megalitici regione dei morti di muschi licheni più su nei boschi millenari di querce – io lo so che ne tremo di questo passo ritorno nel lontano trasudato dentro il midollo di dense energie che mi cambiano continuamente il confine di due tempi in infinito fatto invisibile. assolutamente sciolto, frantumato come un principe pane e vino nel celeste ora ardente ad oriente”.questo di paura invaso di una colpa nuova improvvisa e così antica che soffoca la vita al largo del mare conficcavano spade al maestrale desinare d’autunno al buio della spelonca viola sarcofàgo nel letto bruciato nell’aria densa della pioggia fredda di novembre baluginava il ghigno beffardo del tempo capannelli di piccoli delinquenti fatti di vino zolfato spiavano frustrati le civette dei carabinieri sprofondate nere di fango terrificante il settimo anno del settimo sigillo nel mese di nisan passò l’aquila bianca nel suo cielo e la terra conobbe quaranta giorni di pioggia da parascève alle capanne . la mitra del cristo pazzo di lublìno aveva i segni di un tempo e la metà del tempo i colori di tutti i popoli transitava lo spazio dei cuori e il cosmo era in silenzio. prima di tornare il pescatore gettò ancora una volta le reti nell’abisso il sole si oscurò si sollevò la tempesta tropicale l’oceano restituì un vuoto guscio di conchiglia e una testa di moro fardello d’orso, drappeggio di frisinga. al suono dell’angelo sterminatore la settima tromba sconvolse il cielo un terremoto attraversò albione ed il mare inghiottì le città di satana 
Giu
21
sos chelos de mamuthi da passaggio a Nur
21 Giugno 2011 | Tagged andreasanna, bonorva, giannettocossu, letteraturasarda, sardegna | Lascia un commento
Andrea Sanna PASSAGGIO A NUR
a Runa
Per l’anima non è mai notte. Mi stupisco tu possa volere tanto il giorno! Per la mia anima il sole non è mai tramontato. L’abisso della mia anima chiama sempre a gran voce l’abisso di Dio: dimmi, qual è più profondo? Dio abita in una luce cui strada non conduce: chi luce non diventa, non lo vede in eterno. Tutto quello che vuoi, uomo, è già prima in te: è soltanto questione che non sai trarlo fuori.
Angelus Silesius
La Chiave delle sette Porte
La Prima Chiave: La Porta del Silenzio
L’aria rarefatta di muschi e querce. Le farfalle, quelle dei piccoli fiori lucenti mi fanno ala: sono gli angeli protettori del passaggio di ciò che è impedito ai sensi dal rumore. Esse non possono sopravvivere dove l’aria è acida e piena di terribili campi anti-magnetici. I piccoli angeli mi accompagnano volteggiando per l’aria freschissima fin sulla soglia consumata da tanti passaggi, segno di un cammino a piedi ininterrotto a north west dai sacerdoti nuragici, fino all’aquila, e a quella a due teste in Santa Rughe di Gonorva. E’ il silenzio la prima porta della percezione, superata questa soglia si può sentire: è il primo livello della Natura quello attraverso il quale è possibile stabilire un contatto non contaminato. Il rumore di tutto ciò che è chiamato modernizzazione è prodotto in tutto il mondo abitato dall’uomo per sostituire il lavoro fisico con quello meccanico: calore, motori, consumo di energia, inquinamento sensoriale, visivo-percettivo e poi dell’aria, dell’acqua e conseguente produzione di enorme calore. Scaldiamo l’aria e l’acqua per scaldarci d’inverno, scaldiamo l’aria per rinfrescarci, per pompare, per fondere e saldare per conservare i cibi, si parla sempre di energia per questo, energia che sostituisca la nostra energia, che rimane sempre più soffocata sempre meno riconoscibile sempre più debole e confinata a un parte dei sensi: quelli a riflessi condizionati.
La Seconda Chiave: La Porta di Mamuti
Continuo per la seconda porta, il silenzio è il respiro e il respiro è silenzio. Al passo delle due querce sacre, qui l’aria risucchia quasi fredda piena di essenze fragranti di licheni e muschi, di fiori di artemisia e quercia, di issopo e rosmarino, di menta piperita e timo, di papavero e cardo mariano, di finocchio, dell’erba dai fiori arancio di San Giovanni che scaccia i diavoli del corpo e della mente: cura il suo infuso l’insonnia e la schizofrenia, di erbe a centinaia diverse, di trifoglio, tiglio,borraggine, salauccu, salabattu, attentu, limbuda, crescione, ua canina, sauccu. Il silenzio è rotto dal vento, leggero – tutto respira al ritmo della brezza, ad ogni folata di vento uno stormir di foglie, poi una pausa, un’eco più avanti e indietro l’ondeggiare dell’erba, una pausa, mi siedo in mezzo all’erba altissima che mi nasconde: respiro e inspiro come il vento , l’erba e le querce. Continuo il respiro chiudendo gli occhi, tutto si fa pace, sento il calore del sole sulla pelle, tutto tace anche il vento, apro gli occhi percepisco distintamente ogni elemento ora lentamente affino la vista che si fa acuta ora vedo ogni filo d’erba, la sua rugiada, il polline le formiche rosse, marron, nere, salire e scendere senza sosta, tutto è dilatato inerte, appena sibila il pettirosso che mi guarda dall’acero, appena gorgheggia il torrente con le lunittedas de prata che lungo la sorgente cristallina giocano argentee a risalire il gorgo per poi scivolare dentro le cascatelle giù giù fin in fondo all’acqua scura senza sosta apparente in apnea e poi ascendendo la china a pelo d’acqua di là dalla lana verde e respirare e quivi stare piene d’argenteo stupore ebbre di totale meraviglia prima di ricominciare a planare a pelo d’acqua e concedersi alla festa del solstizio. L’immagine di Dio è oggi alla sua massima altezza il Sole: La Porta doppia, dal seme al frutto, alla morte alla rinascita. Un nuragico, un principe nuragico nobilissimo, tanti e tanti anni fa mi fece un dono, che io ero poco più che ragazzo, un passaggio di chiavi a suspu: ogni dono prezioso reca in sé una forza magica, con la stessa forza di bellezza, passo la fiaccola dell’amicizia con le sue parole, con il suo sardo schietto, musicale di Bonorva:
Sos chelos de Mamuti in ‘Onolvesu de Giannetto Cossu
Funtana ‘Ona fit unu nicciu ‘e umbra e abba frisca peri sos butturinos àrridos de S’Adde. Duos èlighes, unu chercu e tres pezzas, sutta una boveda ‘e foza. Piccada in sa pedra niedda, sa funtana fit sèzzida in mesu ‘e un’arzoledda ‘e cudina, partida in duos da-e una cora chi che franghiat s’abba a su caminu. Duos càntaros: su cantareddu de su bistiàmine e-i su càntaru mazore, altu finas a chintu, limpiu e nettu che-i s’ispiju ‘e s’anima. S’enu essiat a bullu da-e un’abberta de rocca, sutta su pizu ‘e s’abba. Sa funtana pariat ch’esseret bia, e-i su sididu si l’intendiat totu – cussu “ite” – chi l’inghiriarìat cando s’accurziaìat a buffare. Anzis, su buffar e tottu fit majìa e-i s’oju, mirende in s’abba sa fache connotta, calaìat pius a fundu, sutta s’iscuru lìmpiu, finas a istavaccare sos ultimos siddados de su coro. Funtana ‘Ona: su pasu ‘e chie no hat connotu pasu, s’abba ‘e s’ismentigu pro sa tribulia ‘e sempre. In sa pezza ‘e s’elighe mannu sezzian sos pensamentos de Tiu Portolu, remuzados a pizu ‘e lara e intramìttidos in sos littos de s’arva cana. Sa cara sua, cotta ‘e milli soles, fit su liberu ‘e sos puites de Bachiseddu, chi si perdiat peri sas pijas tuvuccas de milli preguntas. Lùghidu ‘e fresi, Tiu Portolu pariat tot’unu cun sa rocca de sa funtana. Su bacchiddu, tètteru in mesu ‘e pês, regia ambas manos, arrumbadas una subr’ ‘e s’atera e cuadas sutta s’’arva. Ancas iperriadas, cuidos e benujos a pare, in d’unu sezzer chi fit pasu e fit aisettu, pariat mujadu che fruedda ‘e ozastru, chi si tendet tot’in d’una. Pro non l’infadare, Bachiseddu si sezziat in terra, a ojos a isse, sas ancas pijadas, a carcanzos a pare, sos benujos incasciados in sa pijadura ‘e sos brazzos, sas manos tentas e-i sa conca a un’ala, sos ojos totu leados da-e su ‘ezzu ‘e sa funtana. Tiu Portolu fit tottu pro Bachiseddu, pastoreddu chena babbu e chena mama, solu tra sas deghe erveghes, duas crabas e unu catteddu. Prontas e giaras, da-i cussas laras sàbias, sas rispostas de su ‘ezzu daìan sabore a donzi puite e a Bachiseddu li piaghìat a crêr chi cussas peràulas Tiu Portolu las sesteret apposta pro isse, seberèndelas e medìndelas una pro una. “E a ite custas pagas iscuttas? Cun isse bi dia cherrer bistare tota die. Istasero che torro, a Funtana’Ona!” ma sa pezza ‘e s’elighe mannu fit boida a part’ ‘e sero. Su bulluzzu ‘e sa funtana pariat ch’istroccheret su murmuttu de Tiu Portolu. Fit interrighinende e-i su sole, innanti ‘e si ch’andare, si giogaiat cun sas nues, azzendìndelas de ruju e de grogu. Sos puzzones ammustraìan a sa funtana sos ultimos inghìrios. Bachiseddu ridiat a sa sola, gioghende in su cantaru mazore e ch’imberghìat tota sa conca in cussu gosu lìmpiu e friscu. Tott’in d’una su risittu si fit fattu meraviza. Prostadu e a bucc’abberta, sos brazzos tirados tot ‘addae, su dossu mujadu a innanti, su pizzinnu sighiat – a ojos maduros – su chi fit bidinde. Da-e fundu ‘e sa funtana – da-e sutta sa lana ‘irde ‘e su laccheddu – si fin pesadas tantas lunittedas de prata. Sighìndesi a tenea e creschinde ‘e numeru e mannaria, haian cominzadu a moliar in d’unu mulinette sempre pius fùrridu, finas a nde pigar a pizu ‘e abba; moliende sempre pius lestras haian fattu a toffu e – suppesèndende unu tantu ‘e abba – nde fin biradas, pesèndesi a muer in s’aera. Poi sa mùida si fit fatta sonu e-i su chi pariat bentu si fit pasadu, mudèndesi in ‘un’upa ‘e carre chi – inghirièndelu tot’in tundu – haiat fascadu su pizzinnu, lêndelu in pàmparas e pesendelu a bolare. Poi su sonu si fit fattu musica e s’upa ‘e carre una bella femina, manna, rassa e modde, bestida ‘e fiores e risittos, sos ojos bonos e-i sos carignos dulches de una mama. Totu fit mùsica, lughe e fiores in cussu nudda chi lu teniat in india. Bachiseddu si nannigaìat cuntentu in sos brazzos de su gosu, tanghende sos ojos pro l’assaborare tota, cussa paghe mai connota. Sa fada, basèndeli un’orija, li naraìat a s’iscuja: “Deo so Sa Mama ‘e sa Funtana, sa mama de-i custas e de tottu sas abbas, sa mama de totu su chi naschet e creschet, sa mama ‘e sa vida e de su gosu. A ti dia piagher a bistare cun megus? Bachiseddu istirèndesi in bolu, haiat isoltu sas peraulas, piaghindesi ‘e las narrere: “Pro me t’hat respostu tota sa persone, ca non poden bastare duas abbertas de lara a dare ‘oghe a totu su ch’intendo, a dare lughe a-i custa paghe soberana!” “Già l’isco, Bachisè! Ma deo l’hapo dada a tottu custa paghe e nisciunu mi l’hat chèrfida!” “ Non ti l’han cherfida? E puite?” . si pesat Bachiseddu, tot’in d’una. “ Ma comente si faghet a che fuliare sa vida, su saludu, su gosu? Iscasciados ! Toccat a esser maccos, chena seru!”. E –i Sa Mama ‘e sa Funtana, tot’annuzzada: “Maccos, Bachisè, propiu maccos! Deo li shapo dadu sas giaes de Mamuti e ‘issos’ m mi ch’han tangadu sas giannas in faccia!” “ ‘Issos’ ? E chie sun ‘issos’? E Mamuti? It’est e inu’est Mamuti?”. E –i sa fada a ojos a terra: “ ‘Issos’sun sos òmines. Totu sos chi connosches e totu sos àteros, fizos de chentu mamas, de onzi tempus e giassu. Totu !” Sa ‘oghe fit bordida ‘e tristura, ma sas laras si fin abertas a-i cuddu risittu ‘onu chi faglia de intrada a s’ateru puite. “E Mamuti?” – l’haiat perdidu disisperadu Bachiseddu. “Mamuti est su mundu ‘e sas fadas; est unu mundu ‘e frades inue totu est de totu. Sos de Mamuti naschen e si faghen mannos in totu su chi sunu. Inie s’òmine contat che-i sa femina, su mannu che-i su minore, su sanu che-i su malàidu, su nieddu che-i su biancu. Tribaglian totu pro su bene ‘e totu, ca nisciunu ammuntonat e nisciunu pedit. Inie non b’hat dinaris e né bancas, né riccos e né pòberos, né peidros e soldados, né lucana e presones, né chie cumandat e chie servit. Inie no b’hat paghes falsas e guerra, che inoghe! Custu , Bachisè, est su mundu chi totu s’ ‘iden in su sonnu; est su mundu chi cheren totu, est cussu nudda e-i cussu totu chi no benit bene a si fagher. Lea! Custas sun sas giaes! A las cheres?”E , sen aisettare risposta, si fit isfatta in s’aera in d’una nue ‘e preguntas de accansare. Bachiseddu si che fit agattadu, torra, in sa piattedda ‘e Funtana’Ona solu e sezzidu in terra, a ojos a sa pezza ‘e s’elighe mannu. Cantos puites, cantos oriolos in d’unu cherveddu ‘e nudda. A conc’a terra, suppesende sas giaes de sa fada, fir chirchend’ ‘e dar assentu a-i cussu muju ‘e pensamentos. “ E-i como ite fato? E inu’est custu Mamuti? Ma ite bi diat fagher deo, si mai nisciunu b’est chèrfidu andare? Unu mundu ‘e frades, chena guerra e ne dinari! Una giae pro mudare vida! Chissà cantos la dian cherrere e non l’hana? Chissà ite diat narrere Tiu Portolu? Chissà si l’hat bida isse puru Sa Mama ‘e sa Funtana? Isse ch’est sempr’inoghe, sèzzidu in sa pezza ‘e s’elighe mannu?! Chissà si las tenet isse puru sas giaes de Mamuti? Paris cun isse, già bi diat cherrere andare a Mamuti!”. E, leadu da-i custos pensamentos, non si fit abizzadu chi Tiu Portolu – sèzzidu in sa pezza ‘e s’elighe mannu – li fit dende sa manu. Dami sa manu, Bachisè, chi b’andamos paris a Mamuti! Ottant’annos t’appo aisettadu, sèzzidu in custa pezza. Deo no ti podìa narrer nudda, ca su seberu li divìas fagher tue. Eh, s’ischeren sos pizzinnos! E tue como ischis. Deo b’happo postu ottant’annos, mastulende puites troppu mannos. Eh, si poteren sos bezzos! Oe deo happo pòtidu! Sa Mama ‘e sa Funtana m’hat abbertu sos ojos e m’hat mandadu a tie: tue, ancora ‘irde i innozente, ses sa giae mia ‘e Mamuti”. “ E tue ses sa mia!” – l’haiat fattu lestru Bachiseddu, lendesi a manu tenta sa cuntentesa ‘e Tiu Portolu. “ Mamuti est inoghe, Bachisè! S’intràda est in su cantaru mazore, sutta sa lana ‘irde ‘e su laccheddu!”.

Giu
21
Il matematismo di Lutero
21 Giugno 2011 | Tagged andreasanna, berlin, lutero, vangelo | Lascia un commento
Viaggiavo in asse magnetico alla ricerca schiksall, orientato sud-w – north-e a Norimberga cenere e nebbia
La stessa forse di sessant’anni prima – tu impalato bianco-grigio ai cavi d’acciaio sospesi in aria-.
Vedevo tra il ferro rugginoso e l’eternite qualche casa colorata, di tanto in tanto, con una fioca luce ancora accesa.
Non un uccello in volo né alcun segno di vita- sembrava una regione desolata di catrame petrolio – forse l’inferno.
Non so se un agnostico sia diverso da un ateo, Dio è il tempo, anche lo spazio, caos e cosmo, è Lui che crea e trasforma.
Tutte le forme sono informi nell’apparente vibrazione da cui vengono alla luce per poi farsi caos così come dall’acqua si forma il pesce, solo per un istante cosmo, d’ossigeno, a pieni polmoni.
In principio Dio crea in principio un mondo, ma ab aeternitatis, infinitamente in eterno siede sul suo sgabello e non è più vero che il principio è duale di quanto non lo sia uno – ma solo infinito.
Il provvidenzialismo dei tedeschi è in fondo un matematismo delle buone opere: se l’opera è buona anche la fede – ma se l’opera non corrisponde al successo mondano subito ci si vergogna e anche la fede è destinata a morire – c’è una sorta di materialismo ideologico luterano che anticipa di tre secoli K. Marx –
“Ma è quando sono debole che sono forte”- no, non è Socrate, ma il più grande teologo cristiano, Paolo di Tarso. Ma se è la fede che salva e la legge una prigione solo opere di fede ci potranno salvare nella piena carità che non ci è data per nostro merito ma solo per Grazia da Colui che ci Ama. –

Lug
15
Disastro Ambientale S.O.S. Campeda
15 Luglio 2009 | Tagged ambientale, badde, bonorva, bosa, campeda, disastro, eolico, greenpeace, macomer, salighes | Lascia un commento
altipiano di campeda
Giu
29
CAMPEDA – Eolico GRAVE RISCHIO IDROGEOLOGICO
29 Giugno 2009 | | Lascia un commento


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